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Vi arrivo dalla marina, a Riace ,inforcando una strada che
s'arrampica fra colline d'argilla,alberi d'ulivo e finocchietto
già spicato.
Lascio alle spalle il mare e m'inoltro nel paese
arroccato, la sensazione è d'essere aspettata, forse è la Calabria
che mi attende anche se m'allontano da Crotone, mi ammicca,
mi riconosce e mi accoglie un poco tra le braccia.
Non so se mi perdoni d'averla abbandonata, io non lo faccio
e mi rimprovero di non essere tornata quando il vigore
accendeva cuore e pelle.
Ora che gli anni sono stati usati per fare crescere e pure
con passione, ragazzi delle medie della campagna di Padova
e Vicenza, mi ritrovo senza forza e pittosto scoraggiata e non
solo per non aver fatto altrettanto per la mia terra desolata,
ma per una sorta di mal pensiero pure amaro che niente sia
servito di quell'ardore delle idee gravando come masso ,
proprio sul cuore,parole che poi si traducono in pensiero che
allontanano e non solo con lo sguardo, dividendo uomo e razza
secondo quella linea non tanto immaginaria che è poi
la latitudine..
Il borgo prima abbandonato dai migranti calabresi,
ha ritrovato voce e pensieri colorati di etnie curde, etiopi
ed afghane, anime mischiate tra i muri delle case, si attutisce
la pena mescolata alla speranza.
La notte avanza e non porta la paura ma una pace tranquilla
illuminata da una luna grossa grossa, si affacciano ai balconi
prima di altri partiti per un altro dove,donne forse di Gaza,
che fino alle ore illuminate hanno tessuto ginestre e impastato
argilla perchè continuasse quel passato che non aveva ragione
d'essere fermato.
A Mimmo Lucano,sindaco di Riace e a tutti i componenti
di Città Futura,con gratitudine e rispetto.



I passi erano sonanti, a seconda dell'altezza del sole o della
luna o di un tacchetto, magari un poco pesantino e tendente
verso un lato a mezzogiorno, per via della borsa appesa al
braccio, quando la signora Torchia tornava dal mercato.
Il movimento pacato della testa accompagnava gli arti
ora a sinistra, ora al lato opposto della gamba.
Dentro agli occhi portava una distesa verdolina che diventava
azzurra verso i lati e se l'incontravi te li spalancava,
perchè ci spaziassi,tanto che si soffermava pure con il corpo
e alla fine quando avevi percorso quello spazio riposante-
-"Idù-usciva sillabato-bella,com'é?"-
Non era necessario che parlasse, sarebbe bastato quello
sguardo come una carezza.
A volte i passi erano leggeri e dinoccolati su gambe
magroline ed i pensieri erano ondeggianti, vagavano lievi
nel silenzio che era pacatezza.
Scendeva dalle scale e se ne usciva verso il sole o
lo scuro della notte,Bonaventura, il marito, portando in
vista sulla fronte una dolcezza destinata poi a restare.
Lo sguardo spesso se ne va senza essere guidato, si
sofferma dove vuole e incide un solco, non c'è bisogno
di scavare e riaffiora e pretende d'essere fissato, se no
inizia a tormentarmi.
Forse dopo tutti questi anni, si sottrae dall'incavo in cui
era come accovacciato per esaltare della vita
"una lentezza" dei gesti come delle voci, e restituirla
a questi tempi ,troppo veloci e bui e non solo per
gli accadimenti, perchè ogni età ha le sue vergogne,
ma per donare quella sensazione prolungata, forse
è questo che reclama,un ascolto, non certo menzognero
e una pelle tesa tesa a trattenere, come se anche oggi
potesse avere dentro la speranza.

Quello per il sud...è un amore formatosi con me
nel grembo di mia madre, nato così ,come seme
portato dagli uccelli dentro un campo.
Forse per questo è tenace, forse anche cieco
e testardo come certe piante che per quanto tu le tagli
rinascono e ti mostrano la linfa nei rami semimorti.
Dapprima questo mio sud era circoscritto e si sarebbe
esteso tutt'al più ,oltre a Crotone, al paese di mia madre
e alla Sila.
Era questo il mondo fino ad un certo punto della mia
esistenza bambina, l'unico pensabile ed esistente,
forse come per ogni ragazzino.
Nel primo anno della scuola elementare mi resi conto
invece che questo mio mondo colorato fosse molto ristretto
poi, almeno a rappresentarlo su una carta geografica
e imparai che esisteva un sud e un nord anche,
uno relativo e in rapporto ai paesi che conoscevo e
un altro lontano e sconosciuto e pure un est e un ovest.
Sapevo e prima che sedessi dietro un banco, dell'esistenza
dell'Unione Sovietica come effetto della guerra fredda e
della tensione conseguente, almeno per quello che agli occhi
della maggior parte, rappresentava il comunismo e non solo
quello sovietico.
Ben incise sono ancora certe mattinate in piazza Pitagora,
sotto il podio fascista non ancora demolito, quando
l'altoparlante comunicava i risultati elettorali, nonostante
la larga maggioranza su cui contasse la democrazia
cristiana, s'avvertiva nell'aria e sui visi degli adulti che
guardavo con gli occhi all'insù, una sorte di timore nel
rilevare gli aumenti dei seggi del Piccì'e la soddisfazione
invece del sindaco Messinetti,comunista e medico dei poveri.
Pareva che alcuni li vedessero quei cosacchi..
cavalcare sui destrieri proprio dal Cremlino ,
come spinti per qualcuno ad un saccheggio, mentre altri
aspettavano gloriosi col fazzoletto rosso al collo ed un garofano
altrettanto porporino agli occhielli delle giacche.
Anni quelli che... a raccoglierli nel pugno e ad odorarli...
sapevano di arancia, con la buccia grossa e così carica
di "spirito" che a strizzarla ingigantivano la fiamma
nella brace.
Mio padre a tavola sbucciando "i portuvalli" ne faceva
occhiali freschi da indossare per me e le mie sorelle,
a primavera, invece erano orecchini di ciliege che ad
una ad una sparivano voraci nelle bocche.

schegge/ Cinema Mignon.
Solo verso sera la finestra era spalancata sull'arena
del cinema all'aperto ed entrava mista a un'ariettina
tra rumorìo e risatine, un cigolio di sedie di quanti
prendevano posto tra le file a godersi, in anteprima,
una luna rossa-rossa che s'appostava in alto sullo schermo.
Come si spegnevano le luci ed il vocìo, era lei la luna,
a far da testimone mentre il film s'adagiava dentro la stanza
diventando spazio allargato del cinema all'aperto.
Se arrivavo suonando al campanello, la zia apriva un po'
seccata perchè fin troppi erano già pigiati davanti a
quello squarcio nella notte-"Figghicè, postu u'cci n'è,
ta stari all'impedi" diceva,aprendomi la porta.
Ma più che il film ad attirare la meraviglia e l'estasione
erano le voci e le luci della pellicola che si facevano spazio
tra quelli che se ne stavano seduti come spettatori
davanti alla finestra,tanto che perfino le facce
parevano uno schermo ora illuminate all'improvviso
ora più buie della notte.
Solo quando m'eccitavo più del necessario, perdendo
l'imbarazzo, montavo con tutti e due i piedi sul paletto
della sedia dove se ne stava comoda la zia che se ne
usciva sempre con la stessa lamentela contrariata"-
u' mmi moticari a seggia, figghicè, ca
u' vvida comu mi fa girari a capa"-
La poveretta aveva ragione, perchè in tutte le sere d'estate
era costretta a far da succursale al cinema Mignon, senza che
come me e gli altri, ne sentisse l'attrazione.

Schegge/ Saltarellando.
Amabo-is-amabit e s'allungava il fiato nella corsa per far
spazio alle altre voci saltarellando ad alternanza sulle gambe,
come fanno le bambine.
Già scendendo dalle scale aveva inizio quell'accorata litania,
ce l'aveva quasi imposta l'insegnante"Se si vuole, pure mentre
correte..li potete ripassare i verbi"-aveva sottolineato.
Non me ne sono liberata mai perchè se mi capita di dover
correre un pochino fa capolino quel dovere e s'affacciano
tutti quei verbi che vogliono essere portati in giostra
sulle gambe.
Certo che se li facessi ancora fuoriuscire si sentirebbero spaesati
e proverebbero un'opprimente nostalgia per i luoghi in cui
li facevo quasi dondolare, soprattutto per la stazioncina
della calabro-lucana che sapeva di desiderio di restare,
con tutti quei cardi e quelle spighe che crescevano ai lati
del ferro lucente del binario.
Invece non sono rimasta, e con tutti quegli Amabo-
laudabis e monebit, cantarellati a perdifiato,
non avrei certamente scommesso che giorni a venire,
saremmo pure precipitati eancora precipitiamo,in un pozzo
d' incultura e con tutti i sillogismi infilati nella testa
per dedurre e analizzare e con gli occhi sempre più sbarrati.

Dire "pane"non basta, c'é pane e pane e non per gli occhi
soltanto pure per l'effluvio che penetra nel naso per poi
intattenersi nelle forme larghe e tonde nelle ceste.
Perché il grano é figlio della terra e proprio con quella
forma, con quegli odori tra le spighe, che le assomiglia nel
colore marroncino della crosta,un poco pure martoriata,
come il suolo del resto, dentro cui s'è generato, nella mollica
compatta e corposa che si sposa con le olive e con la cipolla
rossa.
Somiglia pure all'uomo,nella pelle secca secca per il sole
e che reca per lungo solchi che ,a ben guardare, girano
per il tondo o formano una croce, poiché la devozione
un tempo, veniva naturale e s'imprimeva ancora
nell'impasto come fosse stata trasmessa col latte
della madre.
Almeno é così per il pane di grano duro e a mescolarlo
poi col calore delle mani e senza farlo lievitare , la crosta
diveniva pelle rugosa e pure raggrinzita e non certo per
un tempo lungo che l'aveva divorata...ma per l'impasto
e la cottura per cui s'era taciuta la ricetta.
Considerato che poi a "cercarla"dopo tanto tempo lei
la muffetta, non la si vide più, invano la cercavi per
i forni "é chista -indicando qualcosa di simile,
ti rispondevano,ma di fronte al viso contrariato:
signò, ma vui chi vuliti?
Già, che cosa volevo?

Schegge
Certo che la testa era proprio ricciolina, boccoli che
scendevano lungo la faccetta, a cui sua madre
dava forma solo col caloredella mano,
anche se poi era masculicchiu .
Qualche volta la zia osava legarli pure con un fiocco,
come fosse una bambina, e poiché i gesti accompagnano
le voci, quando Carlo non si sapeva fare perdonare,
fuoriusciva a tratti e pure sillabato "un fimminedda"...
urlato che apriva la porta ad una rabbia che poi esplodeva
in una corsa forsennata del bambino fino a chè non avesse
acciuffato uno degli indisponenti che la pagava con tirate
di capelli e pugni all'impazzata.
Anche se della femminuccia poi non aveva proprio
niente, se non il vezzo coltivato dalla madre che aveva
perduto una bambina e non sapeva ancora che di lì
a poco le sarebbe sarebbe nata per davvero
una ricciolina da fare vezzosa con un nastro.
Anzi era forte nei muscoli e nelle nervature e mostrava
e non solo all'occorrenza, un cipiglio di stampo mascolino,
dato che ad ogni sgarbo, che a parer suo, tale appariva,
rispondeva sempre con la destrezza delle mani anche
se poi il tutto concludeva con un fragore di risata e
uno sguardo pure malandrino, rivolto alle femminucce
più aggraziate.

La mancanza /schegge
Se ci nasci al mare, non puoi, lasciandotelo alle spalle,
vivere come non ci fosse, quello ti segue dovunque vada
e riappare a tratti come un miraggio;
lo sguardo s'inganna e pare che scorga, solo perché osservi
dall'alto, un infinito segnato proprio dalle onde.
Poi ti stropicci gli occhi come fossi una bambina e
t'accorgi che non c'é e che la pianura umidiccia ha solo fatto
evaporare un'acquettina che, per un istante solo, s'é vestita
di distesa poi marina.
Allora lo riassorbi proprio dentro il corpo, nella testa, tanto
che ne senti il mormorio come ti chiamasse, perché poi
ti chiama, ed é inutile affermare che l'inventi.
Lo fa, lo fa...con quelli che lo amano alla follia e senza
non ci sanno stare, tanto che tutto ad un tratto
esplode la mancanza e non ti basta sentirlo solo nella testa.
Si serve dei paesaggi solo pitturati, magari proprio
all'imbrunire, quando la luce si fa rossa e la sabbia brilla
e si distende a contatto con la schiuma, insieme alle
paranze che si preparano a salpare e ti stringe pelle e
cuore come ti volesse soffocare.

Forse era l'attesa ad essere invadente, te la trovavi
pure addosso, impigliate le mani e pieni gli occhi, nei pensieri
tutti colorati, per la forza con cui avevano scavato dentro
tutto il corpo.
Distinti e chiari da sfiorarli con le dita, ad uno ad uno,
come piantine che avevano bisogno solo delle zolle.
Eppure era un mondo in bianco e nero, nude ancora le pareti,
pure rude e sibillino, amaro a volte nella bocca, ma odorava
di braci e della buccia dell'arancia.
Ardito e povero, a trattenerlo nella bocca, sapeva di pane
abbrustolito e pomodoro rosso, sapeva anche di bisogno
e ristrettezze ma riposto come dentro un vaso di vetro
insieme ai peperoni a fette lunghe, gialle e rosse dai semi tondi
e bianchi attaccati alla pelle trasparente, c'era il sacrificio
ma anche un poi da riscattare intero intero,
nei giorni che sarebbero trascorsi.
Ma quel Poi é rimasto come sospeso, e a tentare di afferrarlo
ti é sempre sfuggito, come una luna chiara ed ammiccante
in un cielo sempre più lontano.

(Schegge)
A volte cammini col passo ragazzino, gambe e corpo
calati nel caldo rumore della vita e ti si para innanzi
e con un cielo tutto blu, "il dolore,"vasto e largo
come distesa d'erba e di gramigna.
Schiantati i muscoli e i tendini come fossero tirati da
un puparo, capo ed arti ruotati, come scissi, e la bocca,
un urlo ingoiato dentro il petto che agghiaccia pure se
il sole se ne sta spaparanzato nel cielo azzurro-azzurro
e come indifferente nella sua bellezza sfolgorante.
"Ha morutu, figghiuma!"si sente come sibilato,
s'arresta il sangue nelle vene, é inutile storcere il viso
e sottrarsi alla vista della donna che sorretta
dalle amiche , annuncia il dramma che, in un secondo solo,
mentre col mestolo aveva girato il sugo rosso nel tegame,
irrimediabilmente aveva rivoltato pure la sua vita.
Il piccolino di sett'anni, andato ai campi con lo zio,
s'era squarciato il petto col fucile, forse quello zio che
era a sua volta un ragazzino, cresciuto come un altro
figlio per sua madre, che non aveva conosciuto però
che capre e pecore lanose, l'aveva colpito proprio
nel cuore, per suggellare forse un abuso
che non avrebbe creduto mai potesse capitare.
IdaKrot in Non sarebbe bastato ...
torietoreri in Non sarebbe bastato ...
nheit in Non sarebbe bastato ...
sacchett in Non sarebbe bastato ...
IdaKrot in Non sarebbe bastato ...
martafiumara in Non sarebbe bastato ...
ficundiana in Non sarebbe bastato ...
nheit in Non sarebbe bastato ...
hulda in Non sarebbe bastato ...
IdaKrot in Non sarebbe bastato ...
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