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Non sarebbe bastato modificare solo qualche accento
e attenuare la cadenza, era necessario
staccarsi dal proprio modo d'essere.
Mi feriva quell'attenzione nell'usare le parole,
così poco naturale,
non lo fui più ,del resto,
e la spontaneità,
nel bagaglio degli indumenti da riporre;
questa fu una delle consapevolezze iniziali.
Spesso ,uscendo, dimenticavo di averla
ancora indosso come un vestito da indossare
solo tra le pareti della casa,
non sarebbe occorso molto tempo
perché me ne rendessi conto,
giacché "quella" lievitando col calore della pelle,
fuoriusciva come mi trovassi ancora "Lì"
e non tardava qualche colpo ben assestato
sul fianco scoperto,
per non aver saputo soppesare
non solo le parole
ma anche l'attesa prima di avanzare.
Mi sdoppiai, anche per salvarmi,
in una a cui dare delle direttive per vivere
là dove doveva
e un'altra che avrebbe voluto tornare,
ma essendo impossibile,
tratteneva con la forza delle mani e
pure delle braccia le radici.
Adeguarsi era la regola, per essere accettati,
ieri come oggi,tirare la bocca in un sorriso
anche se, a volte. avrebbe voluto esser smorfia,
camminare, entrare,uscire,
vivere insomma ma al guinzaglio,
misurando l'intervento,
spegnendo un poco l'entusiasmo,
per mantenere basso il volume della voce,
faticare come con la zappa,
per rimuovere zolle indurite e compattate .

Scoprii la diversità.
Non che non avessi mai colto l'alterità,
quando gironzolavo per la pescheria
di Crotone, oggi centro storico,
tra androni scuri ed umidicci dei bassi
mi si stagliavano davanti occhi lucenti di
grandi e di piccoli come accovacciati
in un miscuglio di presenze tutte appiccicate.
La povertà estrema e pure dignitosa delle famiglie
dei pescatori che mangiavano pane ed attesa
che il mare la smettesse di
esser grosso, come fosse un destino,
una sorte cucita addosso su panni di fustagno.
Svelai però la mia ansia quando me ne fu offerta
l'occasione- di parlare di "qualcosa" che
mi stesse tanto a cuore;
in quel tema raccontai dell'ardore che
avevo dentro per la terra
che avevo dovuto salutare,
sul foglio tornarono il mare con le onde ,
le barche col nome pitturato e quel tramonto
rosso con la luna sulla spiaggia.
Il professore alla consegna mi sottolineò che
non c'era confronto tra Padova e Crotone,
e non lo disse per aiutare
una sciocca ragazzina ad accettare
il nuovo e a tenere gli occhi bene
spalancati per analizzare e valutare
senza un uso esagerato della nostalgia.
Negli occhi gli leggevo infatti un disappunto
forte ed appuntito
suffragato poi da un evento che mi citò
sulla Calabria e i Calabresi,
-di allevatori e contadini che per carpire
un diritto allo stato avessero falsamente
dimostrato, spostando i capi di bestiame
da una stalla all'altra, di essere in possesso
di pecore e bovini in misura superiore
-"i tuoi calabresi.." -sospirò-.
A quell'età non ero preparata, non leggevo
i quotidiani, non seppi rispondere
e me ne stetti zitta , avvertendo
sulle spalle il peso di una vergogna
sbattuta così tra pelle ed occhi.
Ero una "meridionaluzza" furba e lestofante
dunque e l'orgoglio lo raccolsi
come scampolo lungo lungo
da nascondere sottopelle.
Le storielle di terroni scansafatiche
e delinquenti ,da parte dei compagni
più che rabbia mi suscitavano voglia di distanza
al contrario, le parole continuamente pronunciate
dal docente mi spinsero verso un mutismo
lungo ed assoluto,
tanto che in quell'anno scolastico, fui bocciata.

La Partenza/ seconda parte
C'é chi é tutt'uno con la terra, i rami sono braccia
e pelle la zolla, ora tenera ora rugosa
come rupe corrosa da fiumara.
C'é chi é tutt'uno anche con il mare che sa donare
quiete duratura pure se l'animo é in frastuono.
Forse tutto questo avevo nella testa
appena smontata da quel treno,
perché non ricordo il fermarsi alla stazione
nè il percorso fino alla nuova casa col peso dei bagagli.
Davanti al portone il furgone dei trasporti,
dentro, la casa spogliata e una pianta verde verde
del balcone di Crotone,mi diede un caldo
SEnso di sollievo e allentò un poco la tensione.
Presi una delle sedie e salii al terzo piano
mentre già una signora se ne usciva con l'osservazione-
"Marìa..quanti tosi,ne farà miga
tribolar, i xè meridionali..."-
Gli operai ripristinavano gli attacchi del gas e della luce
rivolgendo domande con una cantilena della voce
e in un dialetto che ci rimase incomprensibile
quasi per un anno.
Ad una settimana dall'arrivo, in un mattino
pure rallegrato dalla luce di un autunno
per nulla grigio a differenza delle previsioni,
fui accompagnata alla nuova scuola,una seconda media,
le lezioni erano iniziate da una decina di giorni, mio padre parlò
sottovoce col docente e poi mi fu indicato un posto a sedere.
Sento ancora viva dentro il petto la morsa
che mi prese quando papà richiuse dietro sè la porta della classe,
lasciandomi sola, per la prima volta, in quel posto sconosciuto.
Nessuno mi si avvicinò, nè mi si rivolse la parola,
loro parlavano a crocicchio lanciandomi sguardi obliqui,
chiedendosi chi fossi.
Mi sotterrò lo sguardo gelido del professore d'Italiano,
mi chiese da dove provenissi e perchè... a Padova,
anche se lo sapeva e gli era stato riferito
poco prima da mio padre,
risposi pronunciando tutte quelle parole necessarie
per esaudire la richiesta come fossi stata nella classe di" prima",
nella mia terra, senza sapere
come sarebbero risuonate in un luogo diverso e distante...
Tutti risero, anche l'insegnante,alcuni fingevano di tapparsi
tutte e due le orecchie per quello stridere delle consonanti
e per quelle vocali aspirate e troppo soffermatesulla lingua,
completamente diverse dalla loro cantilena.
Capii che avrei dovuto cominciare a distaccarmi dagli accenti
e da quei suoni e- correggere-le parole ad una ad una.
Forse seppi che saremmo andati via per sempre in una tarda mattinata di settembre, non ho ricordo di un pianto dirompente in seguito magari a parole di convincimento da parte di mio padre o di mia madre. Non rivedo nemmeno a ripensarci, lo svuotamento lento della casa seguito dal singulto. Come mi fossi assopita per poi svegliarmi d'improvviso in altro luogo sconosciuto. Di quella mattinata ho una sensazione di fremito e irrealtà, come se lo spazio intero si fosse dilatato. Forse se me ne fossi resa conto, ancora ragazzina, sarebbe stato impossibile salutare il mare, i volti e le mie strade, non avrei potuto muovere le gambe che si sarebbero indurite nei polpacci come quando un forte temporale mi calava dentro la paura. Ho solo il ricordo lucido del treno che si avvia, con quello strappo all'indietro tipico di un mezzo in movimento, della spiaggia che a poco a poco sfuggiva alla mia vista, dal lato del finestrino di sinistra.

Vi arrivo dalla marina, a Riace ,inforcando una strada che
s'arrampica fra colline d'argilla,alberi d'ulivo e finocchietto
già spicato.
Lascio alle spalle il mare e m'inoltro nel paese
arroccato, la sensazione è d'essere aspettata, forse è la Calabria
che mi attende anche se m'allontano da Crotone, mi ammicca,
mi riconosce e mi accoglie un poco tra le braccia.
Non so se mi perdoni d'averla abbandonata, io non lo faccio
e mi rimprovero di non essere tornata quando il vigore
accendeva cuore e pelle.
Ora che gli anni sono stati usati per fare crescere e pure
con passione, ragazzi delle medie della campagna di Padova
e Vicenza, mi ritrovo senza forza e pittosto scoraggiata e non
solo per non aver fatto altrettanto per la mia terra desolata,
ma per una sorta di mal pensiero pure amaro che niente sia
servito di quell'ardore delle idee gravando come masso ,
proprio sul cuore,parole che poi si traducono in pensiero che
allontanano e non solo con lo sguardo, dividendo uomo e razza
secondo quella linea non tanto immaginaria che è poi
la latitudine..
Il borgo prima abbandonato dai migranti calabresi,
ha ritrovato voce e pensieri colorati di etnie curde, etiopi
ed afghane, anime mischiate tra i muri delle case, si attutisce
la pena mescolata alla speranza.
La notte avanza e non porta la paura ma una pace tranquilla
illuminata da una luna grossa grossa, si affacciano ai balconi
prima di altri partiti per un altro dove,donne forse di Gaza,
che fino alle ore illuminate hanno tessuto ginestre e impastato
argilla perchè continuasse quel passato che non aveva ragione
d'essere fermato.
A Mimmo Lucano,sindaco di Riace e a tutti i componenti
di Città Futura,con gratitudine e rispetto.



I passi erano sonanti, a seconda dell'altezza del sole o della
luna o di un tacchetto, magari un poco pesantino e tendente
verso un lato a mezzogiorno, per via della borsa appesa al
braccio, quando la signora Torchia tornava dal mercato.
Il movimento pacato della testa accompagnava gli arti
ora a sinistra, ora al lato opposto della gamba.
Dentro agli occhi portava una distesa verdolina che diventava
azzurra verso i lati e se l'incontravi te li spalancava,
perchè ci spaziassi,tanto che si soffermava pure con il corpo
e alla fine quando avevi percorso quello spazio riposante-
-"Idù-usciva sillabato-bella,com'é?"-
Non era necessario che parlasse, sarebbe bastato quello
sguardo come una carezza.
A volte i passi erano leggeri e dinoccolati su gambe
magroline ed i pensieri erano ondeggianti, vagavano lievi
nel silenzio che era pacatezza.
Scendeva dalle scale e se ne usciva verso il sole o
lo scuro della notte,Bonaventura, il marito, portando in
vista sulla fronte una dolcezza destinata poi a restare.
Lo sguardo spesso se ne va senza essere guidato, si
sofferma dove vuole e incide un solco, non c'è bisogno
di scavare e riaffiora e pretende d'essere fissato, se no
inizia a tormentarmi.
Forse dopo tutti questi anni, si sottrae dall'incavo in cui
era come accovacciato per esaltare della vita
"una lentezza" dei gesti come delle voci, e restituirla
a questi tempi ,troppo veloci e bui e non solo per
gli accadimenti, perchè ogni età ha le sue vergogne,
ma per donare quella sensazione prolungata, forse
è questo che reclama,un ascolto, non certo menzognero
e una pelle tesa tesa a trattenere, come se anche oggi
potesse avere dentro la speranza.

Quello per il sud...è un amore formatosi con me
nel grembo di mia madre, nato così ,come seme
portato dagli uccelli dentro un campo.
Forse per questo è tenace, forse anche cieco
e testardo come certe piante che per quanto tu le tagli
rinascono e ti mostrano la linfa nei rami semimorti.
Dapprima questo mio sud era circoscritto e si sarebbe
esteso tutt'al più ,oltre a Crotone, al paese di mia madre
e alla Sila.
Era questo il mondo fino ad un certo punto della mia
esistenza bambina, l'unico pensabile ed esistente,
forse come per ogni ragazzino.
Nel primo anno della scuola elementare mi resi conto
invece che questo mio mondo colorato fosse molto ristretto
poi, almeno a rappresentarlo su una carta geografica
e imparai che esisteva un sud e un nord anche,
uno relativo e in rapporto ai paesi che conoscevo e
un altro lontano e sconosciuto e pure un est e un ovest.
Sapevo e prima che sedessi dietro un banco, dell'esistenza
dell'Unione Sovietica come effetto della guerra fredda e
della tensione conseguente, almeno per quello che agli occhi
della maggior parte, rappresentava il comunismo e non solo
quello sovietico.
Ben incise sono ancora certe mattinate in piazza Pitagora,
sotto il podio fascista non ancora demolito, quando
l'altoparlante comunicava i risultati elettorali, nonostante
la larga maggioranza su cui contasse la democrazia
cristiana, s'avvertiva nell'aria e sui visi degli adulti che
guardavo con gli occhi all'insù, una sorte di timore nel
rilevare gli aumenti dei seggi del Piccì'e la soddisfazione
invece del sindaco Messinetti,comunista e medico dei poveri.
Pareva che alcuni li vedessero quei cosacchi..
cavalcare sui destrieri proprio dal Cremlino ,
come spinti per qualcuno ad un saccheggio, mentre altri
aspettavano gloriosi col fazzoletto rosso al collo ed un garofano
altrettanto porporino agli occhielli delle giacche.
Anni quelli che... a raccoglierli nel pugno e ad odorarli...
sapevano di arancia, con la buccia grossa e così carica
di "spirito" che a strizzarla ingigantivano la fiamma
nella brace.
Mio padre a tavola sbucciando "i portuvalli" ne faceva
occhiali freschi da indossare per me e le mie sorelle,
a primavera, invece erano orecchini di ciliege che ad
una ad una sparivano voraci nelle bocche.

Schegge/Appunti di viaggio
Un viaggio e ti ritrovi tra le dita ,nelle mani, frammenti che
non avresti mai creduto potere rinvenire.
Pezzi staccati dagli anni abbandonati e forse tornati poi da
dove erano venuti.
Soli in pochi li avevano notati, accarezzati e trattenuti
come dentro il pugno, perché si credeva che sarebbero rimasti
sempre là, dove erano stati, come erba di cardo e di finocchio.
Invece il tempo passa...e tutto cambia,a meno che tu non
lo protegga,con il corpo, con la pelle, con la forza delle braccia,
svanisce come il sogno insieme all'essenze che l'hanno contenuto.
Se poi l'abbandoni e vai oltre, è un labirinto con un'uscita non prevista,
non é detto che poi vivi, respiri solo e parli ma le parole col peso
che hanno le parole ,ti ritornano, come a rimbalzo.
"Quel tempo abbandonato" frastagliato dalla luce si é sparso,
tutto ad un tratto come erba sulla quale camminare, a piedi nudi,
a Marrakech

schegge/ Cinema Mignon.
Solo verso sera la finestra era spalancata sull'arena
del cinema all'aperto ed entrava mista a un'ariettina
tra rumorìo e risatine, un cigolio di sedie di quanti
prendevano posto tra le file a godersi, in anteprima,
una luna rossa-rossa che s'appostava in alto sullo schermo.
Come si spegnevano le luci ed il vocìo, era lei la luna,
a far da testimone mentre il film s'adagiava dentro la stanza
diventando spazio allargato del cinema all'aperto.
Se arrivavo suonando al campanello, la zia apriva un po'
seccata perchè fin troppi erano già pigiati davanti a
quello squarcio nella notte-"Figghicè, postu u'cci n'è,
ta stari all'impedi" diceva,aprendomi la porta.
Ma più che il film ad attirare la meraviglia e l'estasione
erano le voci e le luci della pellicola che si facevano spazio
tra quelli che se ne stavano seduti come spettatori
davanti alla finestra,tanto che perfino le facce
parevano uno schermo ora illuminate all'improvviso
ora più buie della notte.
Solo quando m'eccitavo più del necessario, perdendo
l'imbarazzo, montavo con tutti e due i piedi sul paletto
della sedia dove se ne stava comoda la zia che se ne
usciva sempre con la stessa lamentela contrariata"-
u' mmi moticari a seggia, figghicè, ca
u' vvida comu mi fa girari a capa"-
La poveretta aveva ragione, perchè in tutte le sere d'estate
era costretta a far da succursale al cinema Mignon, senza che
come me e gli altri, ne sentisse l'attrazione.

Schegge/ Saltarellando.
Amabo-is-amabit e s'allungava il fiato nella corsa per far
spazio alle altre voci saltarellando ad alternanza sulle gambe,
come fanno le bambine.
Già scendendo dalle scale aveva inizio quell'accorata litania,
ce l'aveva quasi imposta l'insegnante"Se si vuole, pure mentre
correte..li potete ripassare i verbi"-aveva sottolineato.
Non me ne sono liberata mai perchè se mi capita di dover
correre un pochino fa capolino quel dovere e s'affacciano
tutti quei verbi che vogliono essere portati in giostra
sulle gambe.
Certo che se li facessi ancora fuoriuscire si sentirebbero spaesati
e proverebbero un'opprimente nostalgia per i luoghi in cui
li facevo quasi dondolare, soprattutto per la stazioncina
della calabro-lucana che sapeva di desiderio di restare,
con tutti quei cardi e quelle spighe che crescevano ai lati
del ferro lucente del binario.
Invece non sono rimasta, e con tutti quegli Amabo-
laudabis e monebit, cantarellati a perdifiato,
non avrei certamente scommesso che giorni a venire,
saremmo pure precipitati eancora precipitiamo,in un pozzo
d' incultura e con tutti i sillogismi infilati nella testa
per dedurre e analizzare e con gli occhi sempre più sbarrati.
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